domenica 14 giugno 2009

IL MUSEO AL DEPORTATO

Uno dei fiori all'occhiello di Carpi è il Museo-Monumento dedicato ai deportati nei campi nazisti. La storia di questo museo parte da lontano, e cioè dal campo di concentramento costruito nella frazione carpigiana di Fossoli. Questo lager, non molto conosciuto ma dalla storia intensa e non solo bellica (che non è qui il caso di trattare), era un campo di smistamento e transito per gli ebrei e gli altri deportati diretti verso più famose e terrificanti destinazioni. La presenza di questo luogo di pena, unita alla lotta partigiana che causò tanti lutti nella nostra zona, portò alcuni anni dopo la fine della II Guerra Mondiale alla creazione di un comitato volto alla costruzione di un museo che servisse da ricordo e monito di quei terribili anni. Il progetto fu affidato ad un gruppo di architetti che, essi stessi, avevano subito la barbarie nazista e partecipato alla lotta partigiana, e il risultato fu l'attuale Museo-Monumento Al Deportato, situato nel Castello Dei Pio e inaugurato nell'autunno del 1973 dall'allora presidente della repubblica Leone, alla vigilia della famosa "Austerity". Si compone di due parti: una museale, con reperti vari, che si snoda attraverso 13 stanze con pareti ornate da graffiti di opere di autori famosi (come Picasso e Lèger), brani di lettere di condannati a morte e i nomi di circa 15.000 deportati italiani, ed una monumentale situata all'esterno in un cortile del Castello. Il Monumento è costituito da 16 stele in cemento che hanno incise sulla superficie i nomi dei campi di lavoro e sterminio nazisti, un luogo della memoria sobrio e discreto che si può raggiungere solo in due modi: o sapendo esattamente dov'è o per caso. La discrezione di questo posto è oggi usata soprattutto per i baci di coppiette adolescenti e per le bevute notturne di birra, piuttosto che per ricordare e commemorare: ma questa, purtroppo, è un'altra storia. Museo e campo di concentramento fanno oggi capo ad una stessa fondazione.












lunedì 1 giugno 2009

MURÓS E SPÓŚ

Premettendo che la quasi totalità delle cose scritte in questo post vanno riferite ai tempi dei nostri nonni, facciamo un salto all'indietro nel tempo e una carrellata generale sui rapporti di parentela e sugli usi riguardanti fidanzamento e matrimonio.


Se vi piace una ragazza e volete corteggiarla, niente di meglio che farle una insèrènèda f.s. (= serenata, p. insèrènèdi) sotto la finestra, per farle capire i vostri sentimenti con qualcosa di più concreto degli sguardi furtivi, dei saluti fuggenti o delle chiacchiere in sala da ballo. I più fortunati hanno uno o più amici musicisti, che per un scalfaròt ed lambrùsc (= un bicchiere di lambrusco) o anche a gràtis (= gratis) si prestano alla romantica operazione, suonando un vâlsèr m.s.p. (= valzer), una pólcra f.s. (= polka, p. pólcri) o una maśùrcra f.s. (= mazurka, p. maśùrcri) accompagnandosi con un manśètt m.s.p. (= fisarmonica) e magari anche con un viulèin m.s.p. (= violino); i meno fortunati (e i più disponibili economicamente) devono affittare un musicante od un'orchestrina. Ottenuto il consenso dell'amata (e spesso anche della sua famiglia, se molto rigorosa e all'antica), si comincia il fidanzamento. I due ragazzi diventano muróś m.s.p. (= [a]morosi, f.s. muróśa, f.p. muróśi): le parole fidanzato o fidanzata non esistono in carpigiano, mentre si trova fidansamèint m.s.p. (= fidanzamento). Essere fidanzati si dice quindi andèr a muróś (= andare a moroso, modo di dire usato sia dai maschi che dalle femmine senza cambiamento di genere), a anche fèr l'amór (= fare l'amore) senza sottintesi sessuali e/o infamatori. La frequentazione ha un calendario preciso, anche naturalmente non vincolante: le serate da morosi sono il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica. Visto che certe cose prima del matrimonio non si possono fare, l'unico modo per i due piccioncini di vedersi è in pubblico e sempre in compagnia di terzi: quindi o lui va a casa di lei, o si esce in tre in compagnia della vècia f.s. (= vecchia, f.p. vèci, m.s.p. veĉ). La vècia è o la nonna di lei, o la zia, o a volte anche la mamma, che accompagna i due morosi a ballare o a passeggiare (le famiglie meno all'antica lasciano uscire i fidanzati da soli).


Apriamo qui un inciso. All'epoca in cui mia nonna era fidanzata (intorno agli anni '30 del secolo scorso) i modi di incontrarsi non erano tanti come ai giorni nostri: in chiesa, nelle occasioni di sagre e feste, a passeggio, a ballare, queste erano le principali occasioni di contatto tra i due sessi. Le ragazze potevano andare a ballare sole o in compagnia di amiche, ma sempre accompagnate dalla vècia, che si metteva in disparte e controllava da lontano la sua protetta e i ragazzi che le chiedevano un bal (= un ballo). Allora come oggi c'erano ragazze più belle e con molte richieste nel carnet, e meno belle (o meno simpatiche) che facevano fatica a trovare un compagno per le danze: di una ragazza che "faceva tappezzeria" e non ballava mai si diceva che la lighèva i malgarèin (= lett. legava rametti di saggina, cioè fabbricava scope o faceva fascine).  C'è anche da dire che quella era già un'epoca di transizione tra costumi più antichi e costumi più moderni, e quindi c'erano già fidanzati che si mettevano insieme senza consenso ufficiale della famiglia e che uscivano soli. Mia nonna ad esempio non ha mai chiesto il permesso di frequentare mio nonno, e la lasciavano uscire con lui senza vècia. Questo suscitava le ire di una sua sorella più grande e già sposata, che parlando di lei diceva: Ma chi éla lì, la più bèla? C' la va fóra sèinsa vècia? (= Ma chi è lei, la più bella? Che esce senza vecchia?).


Naturalmente i giovani sono più śgalvìi m.s.p. (= svelti, svegli, f.s. śgalvìda, f.p. śgalvìdi) dei rispettivi parenti, e il modo di vedersi in segreto si trova sempre: ma lei spesso è una brava ragazza e non cede mai fino al matrimonio. L'unica speranza per lui di avere qualcosa di più oltre ai bacini è quando le regala l'anello di fidanzamento, da cui il famoso ed esplicito proverbio: sìra d'anèl sìra d'uśèl (= serata d'anello serata d'uccello), che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Infatti vedere che il moroso prende un impegno ufficiale e con un certo esborso economico può convincere la morosa della serietà delle sue intenzioni e a donargli la verginità, essendo (quasi) sicura di un futuro matrimonio che non la lasci ruvinèda f.s. (= lett. rovinata, cioè deflorata, disonorata, f.p. ruvinèdi, m.s.p. ruvinèe). Se una ragazza è lasciata dal fidanzato, anche se intatta, di lei si dice che l'a ciapèe la brèina (= ha preso la brina, cioè è rimasta al freddo, da sola); se invece è lei che lascia lui, è destinata ad andèr in ciàcra (= lett. ad andare in chiacchiera, cioè diventa oggetto di pettegolezzi e malignità) perché ritenuta poco seria. Detto questo, c'è anche da precisare che tanti matrimoni hanno seguito il percorso inverso, e cioè l'anello è arrivato a causa del fattaccio (e della conseguente gravidanza) e non viceversa.


Quali che siano le strade che portano lì, finalmente a ś' va a nòs (= si va a nozze), i muróś diventano spóś m.s.p. (= sposi, f.s. spóśa, f.p. spòśi) e così marì s.p. (= marito) e muiéra s. (= moglie, p. muiéri) iniziano la vita matrimoniale: solitamente, e specialmente nelle famiglie contadine, si va a vivere nella famiglia di lui. I suôcèri m.f.p. (= suoceri, m. suôcèro, f. suôcèra) sono più spesso chiamati, tra l'affettuoso e il dispregiativo, nòn m.s.p. (= nonni, f.s. nòna, f.p. nòni), oppure semplicemente vèĉ. A loro volta i coniugi dei rispettivi figli diventano śêndèr m.s.p (= genero) e nóra f.s. (= nuora, f.p. nóri), ma però non diventeranno mai fióo m.s.p. (= figli, f.s. fióla, f.p. fióli). In casa può anche capitare di vivere con i cugnèe m.s.p. (= cognati, f.s. cugnèda, f.p. cugnèdi), personaggi mitici e leggendari nel carpigiano come fomentatori di liti famigliari (specialmente le cognate). Con le parentele ci si ferma qui per ora, rimandando l'argomento completo ad un altra occasione.


Può anche darsi che nel matrimonio ci si voglia prendere qualche distrazione. Di un coniuge che tradisce l'altro si dice che al va pèr da travèrs (= lett. va di traverso): il marito al mètt su la pratica (= lett. mette su la pràtica, cioè si fa l'amante) mentre la moglie la mètt su al pràtic (= lett. mette su il pratico, cioè si fa l'amante). I termini pratico e pratica derivano dall'uso antico del verbo praticare nel senso di frequentare sessualmente qualcuno. Se l'unione poi va irrimediabilmente male si diventa divìś m.s.p. (= divisi, f.s. divìśa, f.p. divìśi), sèparèe m.s.p. (= separati, f.s. sèparèda, f.p. sèparèdi) o divòrsiêe m.s.p. (= divorziati, f.s. divòrsièda, f.p. divòrsièdi). A separazione o divorzio avvenuto gli ex coniugi rimarranno, per sempre e anche se dovessero risposarsi con altri, mèlmaridèe m.s.p. (= lett. malmaritati, f.s. mèlmaridèda, f.p. mèlmaridedi).


domenica 31 maggio 2009

IL VERBO ESSERE: INDICATIVO PRESENTE - FORMA NEGATIVA

Vediamo qui la forma negativa del verbo essere all'indicativo presente, dopo averne studiato la forma affermativa e quella interrogativa.


Io non sono = Mè a n' sun mìa

                       Mè a n' sun brìsa

                       Mè a n' sun mìnga

La forma completa è mè a ne sun mìa [mìnga, brìsa], con la particella ne che subisce l'elisione per motivi eufonici. I termini mìa (= mica), mìnga (= mica), brìsa (= lett. briciola, cioè per niente) sono rafforzativi delle forme negative del dialetto carpigiano, praticamente equivalenti ma con alcune precisazioni. Brìsa e mìnga erano usati più in passato che ora, vista la maggiore facilità di pronuncia nell'uso moderno di mìa (complici la minore dimestichezza dialettale dei più giovani e l'infiltrazione dei dialetti vicini); c'è poi da aggiungere che brìsa è certamente il rafforzativo più carpigiano dei tre, mentre gli altri due sono quasi sicuramente influenze di paesi del circondario (come Modena, ad esempio). Si deve anche tenere conto che mìa e mìnga andrebbero usati quando si parla di termini astratti o di azioni, mentre brìsa andrebbe usato quando si parla di oggetti o di quantità (la sua traduzione letterale, cioè briciola, è inequivocabile al riguardo). Detto questo ripetiamo che, ad ogni modo, i tre rafforzativi sono intercambiabili senza seguire regole particolari.


Tu non sei = Tè té n'ii mìa [brìsa, mìnga] da notare il particolare fonetico che la n di n'ii è pronunciata quasi raddoppiata per motivi eufonici, regola sempre valida se la n di n'ii è preceduta e seguita da vocale.


Lui non è = Lò al n'ée mìa [brìsa, minga


Lei non è = Lì la n'ée mìa [brìsa, mìnga


Noi non siamo = Nuêtèr a n' sòm mìa [brìsa, mìnga]


Voi non siete = Uêtèr a n' sii mìa [brìsa, mìnga]


Loro non sono = Lór i n'iin mìa [brìsa, mìnga]


giovedì 14 maggio 2009

GLI ARTICOLI



ARTICOLI INDETERMINATIVI:


Un, Uno = Un sia davanti a vocale che a consonante. Davanti a vocale, per motivi eufonici e di velocità nel dialetto parlato, spesso subisce l'aferesi e può essere pronunciato 'n. Ad esempio:

Un fòs (= un fosso)

Un ólem (= un olmo), ma anche 'n ólem


Una = Ùnà Davanti a consonante spesso subisce l'aferesi e viene pronunciato 'nà. Davanti a vocale subisce sempre l'elisione e viene pronunciato un', e spesso anche l'aferesi venendo alla fine pronunciato 'n'. Ad esempio:


Ùnà bórsa (= una borsa), ma anche 'nà bórsa

Un'òca (= un'oca), ma anche 'n'òca


Al plurale si usano i seguenti aggettivi indefiniti:

Sóquânt = Alcuni

Sóquànti = Alcune

Sèrtûn = Certuni

Sèrtùnì = Certune

Quèlc = Qualche maschile

Quèlchi = Qualche femminile





ARTICOLI DETERMINATIVI:


Il, Lo = Al davanti a consonante.

            Lo davanti a vocale, che subisce sempre l'elisione e viene pronunciato l'.

Ad esempio:

Al cadnàs (= il catenaccio)

L'òrt (= l'orto)


I, Gli = Ii sia davanti a vocale che a consonante. Ad esempio:

Ii cadnàs (= i catenacci)

Ii òrt (= gli orti)


La = La davanti a consonante. Davanti a vocale subisce l'elisione e viene pronunciato l'. Ad esempio:

La bórsa (= la borsa)

L'òca (= l'oca)


Le = Al davanti a consonante.

       Àgli davanti a vocale.

Ad esempio:

Al bórsi (= le borse)

Àgli òchi (= le oche)